Pinerolo 1913.
Addio alla “Belle Epoque”

Introduzione dell’autore

Nel dare alle stampe queste pagine, sento di dover anzitutto chiarire un aspetto che riguarda la genesi del mio nuovo libro.

Mi è stato infatti chiesto perché mai abbia deciso di abbandonare il filone dei diari di viaggio, a cui mi sono dedicato con passione dal 2013 in poi, per cimentarmi in un romanzo storico, ambientato nella Pinerolo del 1913.

In realtà, l’idea del libro è nata proprio durante il viaggio che, nel maggio dello scorso anno, mi ha portato a percorrere i quasi 9.300 chilometri della mitica ferrovia transiberiana, che unisce Mosca a Vladivostok, l’ultima città della Russia (e quindi dell’Europa) che si affaccia sul Mar del Giappone, ai confini con la Cina e con la Corea del Nord.

Una delle tappe principali di questo lungo viaggio – certamente il più impegnativo tra quelli da me compiuti sinora ma anche il più ricco di suggestioni – è stata Irkutsk, storica capitale della Siberia Orientale, che sembra aver riscoperto di recente una sua vocazione turistica, grazie alla vicinanza con il maestoso Lago Bajkal.

Per me, però, quel nome è sempre stato legato ai racconti del nonno paterno, Guido, che, nell’autunno del 1913, aveva incontrato a Pinerolo un anziano aristocratico russo, proveniente dalla città siberiana, che stava accompagnando la giovane figlia, Ljuba, appena ventenne, nel tradizionale viaggio attraverso l’Europa, divenuto, a partire dalla metà dell’Ottocento, un appuntamento irrinunciabile, per i rampolli della nobiltà russa dell’epoca, che sanciva, per ciascuno di loro, la conclusione del proprio iter formativo ed il conseguente passaggio all’età adulta.

Mentre, a distanza di oltre un secolo, mi aggiravo per le strade della Irkutsk Ottocentesca – che ancora oggi conserva gelosamente la memoria dei decabristi e degli altri oppositori del regime zarista, a lungo confinati in quel lontano avamposto dell’Impero degli Zar – mi pareva di sentire l’eco dei racconti del Nonno su quel suo incontro, un incontro breve e del tutto casuale, ma destinato a lasciare in lui una traccia indelebile, essendo stato l’unico contatto diretto con un mondo, che allora sembrava aver toccato la vetta dello splendore ma che sarebbe stato travolto, nel giro di pochi anni, dall’implacabile ondata della rivoluzione bolscevica.

Per questo, una volta tornato in Italia e dopo aver concluso la stesura del mio “diario siberiano”, ho deciso di intraprendere un viaggio nel tempo, con destinazione la Pinerolo del 1913.

Volendo dar retta alla mia propensione per le battute (uno dei tratti distintivi dell’identità toscana, che custodisco con orgoglio, dentro di me) mi verrebbe da dire che il viaggio nella Pinerolo di inizio Novecento è partito dal cuore della Siberia, da Irkutsk appunto.

Peraltro l’interesse per l’epopea della “Belle Epoque” non è certo una novità degli ultimi anni, risale anzi all’ormai lontano 1999, quando ho pubblicato il mio primo romanzo (“L’ultima estate di pace”) che prendeva anch’esso le mosse dalle vicissitudini del nonno paterno, all’epoca sottotenente nel “Padova Cavalleggeri” di stanza a Verona.

Questo nuovo romanzo si pone quindi in diretta continuità con la mia prima esperienza narrativa di venti anni fa, con cui ha in comune sia il periodo storico che il protagonista.

Cambia solo la cornice: non più Verona, ma Pinerolo, dove il giovane ufficiale toscano era stato inviato, nell’ottobre del 1913, dal proprio comandante, in occasione dell’inaugurazione di un corso di aggiornamento, organizzato dalla Scuola di Cavalleria.

I tre giorni trascorsi nella cittadina piemontese, densi di incontri ed emozioni, sarebbero rimasti impressi nella sua mente come una sorta di congedo dagli anni esaltanti della “Belle Epoque”, gli anni della sua giovinezza, destinati ad essere ben presto soppiantati dalla dura esperienza della guerra di trincea, da lui vissuta, sino all’autunno del 1917, sulle aspre montagne del Cadore.

Dopo oltre un secolo, i ricordi di quelle giovanili esperienze, maturate in uno scenario ancora dominato dal mito della “Belle Epoque”, assumono un significato del tutto diverso, offrendoci uno spaccato non banale del mondo della Cavalleria di quegli anni, nel quale modelli e stili di vita di altri tempi si confrontavano ogni giorno, in un gioco sottile di luci ed ombre, con le aspettative di un grande cambiamento, che avrebbe dovuto affermarsi in maniera sostanzialmente pacifica (almeno secondo una certa “vulgata”, di stampo positivistico, allora diffusa nelle classi dominanti ) per effetto dei progressi della scienza e della tecnologia.